Egregi giornalisti, rom non è l’abbreviazione di romeno.

Che rapporto c’è tra i nomi dei seguenti territori? Austria e Australia, Iran e Iraq, Taiwan e Thailandia, Mali e MalesiaArabia e Aruba, Togo e Tonga, Libia e Libano, Mauritania e Mauritius, Angola e Anguilla, Guinea e Guyana?

Lo stesso che c’è tra le parole rom e romeno: nessuno.

Come diceva il drammaturgo Eugene Ionesco (che era romeno, neanche a farlo apposta), “la banalità è sintomo di non comunicazione. L’uomo si nasconde dietro i suoi cliché”. Ma qualche volta le banalità corrette sono il prezzo da pagare per combattere cliché errati. E le cose scritte qui appariranno forse banali per i romeni ma non per i non romeni.

Spesso i media italiani fanno confusione tra rom e romeno. Un caso di qualche mese fa riguarda la tragica morte di un poliziotto a Napoli mentre cercava di fermare quattro criminali in fuga: in un primo momento vari giornali – compresa l’edizione on line del più letto quotidiano italiano, il Corriere della Sera – hanno riportato la notizia che i banditi erano di origine romena.

Ma questo non è vero. Non sono romeni. Non hanno niente di romeno. Niente li collega alla Romania.

Sono invece rom di origine bosniaca. Tra l’altro il cognome di tutti e quattro, Hadzovic, “suona” ben poco romeno. Non è la prima volta e non sarà l’ultima che vengono confusi rom e romeni, anche dalla stampa ritenuta più affidabile (peraltro il Corriere ha poi corretto l’errore). In passato un più generale problema mediatico nella considerazione dei romeni in Italia da parte degli organi di stampa è stato affrontato anche in sedi di incontro istituzionale Italia-Romania, ottenendo miglioramenti ma non soluzioni definitive. Quanto agli strafalcioni come quello del Corriere, è difficile ritenere che questo tipo di errori, che appaiono sui media italiani quasi con sistematicità, non siano frutto di  una convinzione, ma siano soltanto semplici lapsus. Se così fosse la legge delle probabilità farebbe il suo corso ed almeno ogni tanto capiterebbe il contrario, cioè che un rom di nazionalità romena venga indicato sugli organi di informazione italiani come bosniaco, italiano, russo, austriaco, turco. Invece, a memoria di chi segue con una certa attenzione le notizie italo-romene, non è mai capitato.

Il problema vero è che ci sono effettivamente persone fuori dalla Romania che pensano che tutti i romeni siano rom e tutti i rom siano romeni. O almeno che abbiano qualcosa a che fare con la Romania.  Con quella dose di pregiudizio che aiuta sempre a rafforzare questi tipi di convincimento.

Pazienza che lo credano persone semplici con lacune in geografia, ma i giornalisti, che hanno il diritto di informare, dovrebbero avere anche il dovere di essere informato.

Forse qualche dato sulle differenze tra questi due popoli dal nome simile potrebbe quindi essere utile ai media (e non soltanto) italiani (e non soltanto). Da questo articolo rimarranno fuori argomenti legati a moralità, delinquenza, devianza, statistiche. Daremo qualche cenno di etimologia e di etnologia, ovvero su parole e popoli. Un po’ di sano nozionismo sul punto potrà servire ai giornalisti dei media italiani, ai quali questo articolo è rivolto come una ideale lettera aperta mirata a chiarire la differenza tra i due concetti.

La parola rom si riferisce a un gruppo etnico di lingua romanì, diviso in molti sottogruppi, talvolta (soprattutto in passato) con usanze nomadi, originario dell’India del nord, arrivato e diffusosi in Europa nel medioevo ed in seguito anche in paesi extraeuropei.

La parola romeno si riferisce al popolo di lingua romena originario del territorio delle odierne Romania e Moldavia, abitato originariamente dai Daci. Nella regione dalla conquista da parte dell’imperatore romano Traiano nell’anno 106 si affermò la cultura e la lingua latina.

Non esiste uno stato rom: i rom sono presenti in molti stati e di solito hanno la nazionalità dello stato da cui proviene la loro famiglia; ci sono così rom romeni, rom bosniaci, rom italiani, rom tedeschi, rom spagnoli… Sono però rappresentati dagli anni settanta dall’Unione Internazionale Romanì.

Lo stato dei romeni è la Romania (e in parte la Moldavia, che è uno stato autonomo per ragioni storico-politiche ma la cui popolazione è affine a quella romena per cultura, lingua e legami).

Non è facile dire quanti rom siano presenti in un determinato stato o ne siano originari,  sia perché talvolta i rom hanno abitudini nomadi, sia perché talvolta non si dichiarano rom. In Romania alcune stime dicono che i rom siano forse circa seicentomila (anche se altre dicono siano molti di più), ovvero il 3% circa della popolazione romena. Numeri alti, sia in assoluto che in percentuale, ma non esagerati  in rapporto alla presenza rom in altri stati. La schiavitù dei rom, abolita in Romania soltanto negli anni tra i quaranta e i cinquanta dell’ottocento, ha sicuramente influito sulla presenza massiccia di questa etnia nello stato carpatico.

La lingua romanì discende dai dialetti popolari parlati nei secoli scorsi nell’India del nord, i pracriti, sviluppatasi parallelamente alla lingua colta indiana, il sanscrito. È una lingua indoaria (l’unica in Europa), come l’hindi-urdu, il bengalese, il punjabi. Comprende, oltre alla maggior parte del vocabolario di origine indiana, molti termini derivati dalle lingue dei paesi che la migrazione rom ha attraversato nei secoli, ad esempio persiano, curdo, armeno, greco). È parlata oggi dai rom e dai sinti, di qualsiasi nazionalità essi siano, e comprende vari dialetti (e prestiti linguistici) a seconda del gruppo etnico e della zona di provenienza di chi le parla. Però tutte le forme di romanì sono almeno parzialmente intercomprensibili.

La lingua romena discende dal latino importato dagli antichi romani. È appunto una lingua  neolatina,  come l’italiano, il francese, lo spagnolo, il portoghese. La maggior parte del vocabolario del romeno deriva direttamente dal latino o da altre lingue neolatine, una parte più piccola è di origine slava e una residuale viene da varie altre lingue. È parlata dai romeni e dai moldavi.

Un rom che non ha legami con la Romania o con romeni non capisce la lingua romena, che per lui è una lingua straniera.

Un romeno che non ha legami con i rom non capisce la lingua romanì, che per lui è una lingua straniera.

La parola rom in lingua romanì significa uomo, marito, ed è usato dai rom per indicare il proprio gruppo etnico. Tra le varie teorie, si ritiene che questo termine possa essere collegato al nome di un altro popolo del medio oriente, i dom, ovvero al termine domba che indicava in alcune lingue dell’India i musicisti appartenenti ad una classe inferiore o girovaghi.

La parola romeno deriva dall’aggettivo latino romanus, “di Roma”. Molte sono le ipotesi circa l’origine della parola Roma: potrebbe derivare dal nome di vari personaggi leggendari (Romolo, Roma, Romano, Romo, Romide…), dalla parola greca rhome (che significa “forza”), dall’antico nome del Tevere, Rumon (che potrebbe derivare dal verbo latino ruo,  “scorrere”), fino all’interpretazione più fantasiosa ma più romantica che la farebbe derivare dalla parola latina amor, “amore”, scritta al contrario. I romani chiamavano Romània i territori del loro impero. Romania quindi non significa certamente “territorio dei rom”,  ma bensì originariamente “territorio di Roma”.

Il deputato romeno Silviu Prigoana qualche anno fa presentò in questo modo una proposta di legge per utilizzare nei documenti ufficiali romeni il termine zigàn (corrispondente più o meno all’italiano “zingaro”) al posto di rom: “Per quanto ci riguarda, come nazione, la parola confonde a livello internazionale. Centinaia di milioni di persone sul pianeta non hanno studi filologici ed etimologici. Fanno un’associazione naturale (e giusta!) Tra la desinenza -ia / -(an)ia e il paese (= la sua nazione) che ha questa particella: Britannia = brit + ania = „la terra dei britanni, degli inglesi”; Mauretania = maur + (et)ania = „la terra dei mori”, quindi Romania = rom + ania = „la terra dei rom”. La proposta di legge non passò ma fu un chiaro esempio della frustrazione dei romeni per la confusione tra il nome della minoranza rom ed il nome della Romania, come scrisse allora il Financial Times.

In effetti molti, fuori dalla Romania, pensano semplicemente che rom sia l’abbreviazione di romeno.

Vogliamo farla più difficile? Molti altri fanno un diverso tipo di associazione, pur sempre errato, che si basa su una prassi a cui la retorica classica greca e latina ha dato molti nomi, sintomo di una consistente frequenza di tale consuetudine nel linguaggio già di più di duemila anni fa: parechesis (“somiglianza di suono”), paronomasia (“alterazione di un nome”), adnominatio, affictio, supparile, levis immutatio (significati analoghi al precedente). Tutti questi tecnicismi antichi non indicano altro che, in sostanza, un accostamento di parole dal suono simile ma dal significato diverso, chiamati paronimi. Il rapporto che lega erroneamente le parole rom e romeno si basa spesso proprio su questo accostamento ma comprende qualcosa in più, creando quel fenomeno che si instaura tra paronimi  chiamato accademicamente attrazione paronimica. Il linguista Jean Dubois lo definisce una liaison dangereus e la relazione può risultare in effetti culturalmente pericolosa quando si cerca di individuare  l’etimologia corretta di parole simili. L’attrazione paronimica è appunto un fenomeno linguistico di etimologia popolare, o paretimologia (quindi di falsa etimologia basata non su radici comuni ma solo su assonanze), per cui si dà un significato simile a parole che di simile hanno soltanto il suono. In parole povere si commette il semplice errore di vedere lo stesso etimo dove invece non c’è.

Proprio quell’errore che commette chi trova nei termini rom e romeno qualcosa in comune, fonetica a parte.

Sbaglia allo stesso modo chi ritiene ad esempio che manometro sia in relazione con le parole mano e metro, ipotizzando il significato di “misuratore a mano” (mentre in realtà la prima radice della parola  è l’aggettivo greco manòs, “poco denso”).  Paradossalmente sbaglia di meno chi confonde indiani d’India e indiani d’America: qui almeno dal punto di vista linguistico la parola è la stessa. Non sbaglia per nulla chi vede un’affinità tra Romania e Romagna (la regione storica dell’Italia settentrionale) perché l’origine dei due nomi è pressoché identica: in questo senso si può dire che i romeni sono più vicini ai romagnoli che ai rom.

Riassumendo, le parole rom e romeno hanno la stessa relazione che passa tra le coppie di nomi geografici indicati all’inizio di questo articolo: si assomigliano, sembrano parenti, ma non sono nemmeno cugini alla lontana, nemmeno se si va a cercare nella notte dei tempi qualche nonno birichino. Se si pensa il contrario si è semplicemente ignoranti. Non a caso proprio con il primo degli accostamenti che ho fatto sopra Putin ha sbeffeggiato Trump, dichiarando pubblicamente, riferendosi alla sua amministrazione, che “è difficile parlare con gente che confonde l’Austria con l’Australia” (forse Trump non ha detto proprio quella frase, ma il livello culturale è quello, visto che ha parlato dello stato di “Nambia” – intendeva Namibia, Gambia o Zambia? – e ha confuso la Svezia con Sehwan, città del Pakistan).

Ma il principio non cambia se al posto di Austria e Australia si mettono le parole rom e romeni. Così, mescolando i concetti di Prigoana e di Putin, potremmo dire che è difficile parlare con gente che confonde i rom con i romeni.

Ma potremmo dire anche, ed a maggior ragione, egregi giornalisti italiani, che è difficile leggere articoli che confondono rom e romeni.

Gabriele Dallara
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